Breve storia del Presepe

 

Illustrazione di Giuliana Donati

Ecco una breve storia del Presepe.

La parola presepe deriva dal latino “Praesepe “ che significava letteralmente stalla, mangiatoia e rappresenta una raffigurazione rievocativa e realistica della natività di Gesù. La prima ricostruzione della scena del presepe si attribuisce a S. Francesco nel 1223. La consuetudine di allestire presepi nelle chiese si diffuse nel 1400 a partire dal Regno di Napoli, allargandosi in seguito in tutto il meridione. Intorno al 1500 nasce la cultura del presepe popolare ad opera di S. Gaetano di Thiene il quale diede un decisivo impulso all’ammissione di personaggi secondari vestiti sia secondo le fogge antiche sia dell’epoca a lui coeva. La nascita del “Figurinaio”, cioè del creatore di statuette avviene sotto il regno di Carlo III . La tradizione presepistica siciliana predilige l’utilizzo della terracotta come materiale per la realizzazione di presepi i quali vengono ormai riconosciuti come vere e proprie opere d’arte.

Buon Natale a tutti!

Storia del presepio

In tutto il mondo durante il periodo natalizio, laddove i cristiani festeggiano l'incarnazione di Dio, esiste l'usanza di erigere presepi nelle case e nelle chiese. I presepi sono rappresentazioni artistico- figurative della nascita di Gesù nella mangiatoia di una stalla a Betlemme.

Nella capanna vediamo la Sacra Famiglia e i pastori, sullo sfondo l'asino e il bue. L'adorazione dei saggi d'Oriente, i tre Re Magi, viene inclusa nel paesaggio il 6 gennaio. 

 

 

Gli evangelisti Luca e Matteo furono i primi a descrivere la storia dell'incarnazione di Cristo. È famoso il Vangelo di Natale di Luca, apparso nel secondo secolo dopo Cristo e poi divulgato nelle prime comunità cristiane.

 

 

Già nel Quarto secolo troviamo a Roma (nelle catacombe) immagini della natività.L'origine esatta del presepio è difficile da definire, in quanto è il prodotto di un lungo processo.

 

È storicamente documentato che già in tempo paleocristiano, il giorno di Natale nelle chiese venivano esposte immagini religiose, che dal decimo secolo assunsero un carattere sempre più popolare, estendendosi poi in tutta l'Europa. 

 

 

Comunemente il "padre del presepio" viene considerato San Francesco d'Assisi ,poiché a Natale del 1223 fece il primo presepio in un bosco. Allora, Papa Onorio III, gli permise di uscire dal convento di Greggio, così egli eresse una mangiatoia all'interno di una caverna in un bosco, vi portò un asino ed un bue viventi, ma senza la Sacra Famiglia. 

Poi tenne la sua famosa predica di Natale davanti ad una grande folla di persone, rendendo così accessibile e comprensibile la storia di Natale a tutti coloro che non sapevano leggere. 

 

 

Nella Cappella Sistina della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma, si può ammirare uno dei più antichi presepi natalizi. Fu realizzato in alabastro nel 1289 da Arnolfo da Cambio e donato a questa chiesa. Il presepio ha la forma di una casetta, in cui è rappresentata l'adorazione dei Re Magi.

 

 

Si considerano precursori del presepio anche gli altari gotici intagliati con immagini della natività, che non fu possibile rimuovere. Uno di questi altari con il gruppo dei tre Re Magi si trova in Austria nella chiesa di S. Wolfgang nella regione di Salzkammergut. Questo altare venne realizzato dall'artista brunicense Michael Pacher. 

 

 

Un periodo fiorente di presepi fu il Barrocco. Prime notizie certe di presepi di chiese si rilevano dalla Germania meridionale quando, dopo la Riforma i Gesuiti riconobbero per primi il grande valore del presepio come oggetto di preghiera e di raccoglimento, nonché mezzo di informazione religiosa. I Gesuiti fecero costruire preziosi e fastosi presepi, tanto che quest'usanza si estese velocemente nelle chiese di tutta Europa cattolica, finché ogni comune volle un presepio in ogni chiesa.

 

 

Baluardi delle costruzioni dei presepi in Europa divennero l'Italia, la Spagna, il Portogallo e il Sud della Francia. Nell'Europa dell'Est la Polonia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia, in centro Europa soprattutto l'Austria ed il Sud della Germania.

 

 

L'arte dei Presepi visse un periodo aureo nel 18°secolo, quando si cominciò ad ampliare e completare la storia di Natale con stazioni ed episodi, sia nei presepi delle chiese e dei castelli, sia nelle case della gente comune. Nel museo di Bressanone è possibile ammirare il più famoso di questi "presepi annuali" composto da più di 4000 figure, realizzato da Augustin Propst e dal suo fratellastro Josef, di Vipiteno. 

 

 

Nel Museo Diocesano di Bressanone troviamo anche l'altrettanto famoso Presepio Nißl, composto da 500 figure e realizzato dal figlio contadino-scultore Franz Xaver Nißl (1731-1804) originario della Zillertal. Le figure, estremamente espressive, sono esposte in sedici grandi vetrine; sette mostrano scene di Natale con i tre Re Magi, nove il ciclo della Quaresima. Questo presepio, unico e di altissimo valore, è oggi proprietà della chiesa parrocchiale di San Giovanni in Valle Aurina.

 

 

La fine del 18° secolo fu contrassegnata dall' Illuminismo e dalla Secolarizzazione.In alcuni luoghi vennero vietati i presepi: soprattutto in Baviera si dovettero eliminare tutti i presepi dalle chiese, e furono portati nelle case contadine per evitarne la distruzione. La conseguenza fu che nei contadini crebbe l'interesse per l'arte raffinata dei presepi, così che essi stessi cominciarono ad intagliare le figure.

Fino alla metà del 19o secolo preferivano sfondi con paesaggi di montagna; dalla seconda metà del secolo invece acquistò sempre di più interesse il presepio orientale.

 

 

A cavallo dei due secoli diminuì sensibilmente l'interesse per i presepi, ma ci furono dei collezionisti che impedirono che molte rappresentazioni andassero irrimediabilmente perdute. Ne fu un esempio Max Schmederer, consigliere di commercio di Monaco, che raccolse presepi di tutto il mondo e lasciò in eredità ai suoi posteri una delle più grandi collezioni di presepi del mondo, che oggi è possibile ammirare al Museo Nazionale di Monaco di Baviera. 

 

 

Ai nostri giorni è cresciuto notevolmente l'interesse per i presepi, come dimostrano le società dei presepi, fondate un pó ovunque. (Steger Konrad) 

Il presepe storico

Il panorama del nostro presepio 

Cosa sappiamo della Palestina dei tempi di Gesù che ci permetta di ricostruirne l'ambiente? 

Poco. Quasi niente perché la realtà di ieri è profondamente differente dall'attuale. 

Non abbiamo nemmeno il supporto dell'arte pittorica, che secondo le leggi ebraiche non permetteva la riproduzione delle sembiante umane. 

Possiamo però, in base ad uno studio approfondito della Bibbia, dall'esito delle ricerche archeologiche particolarmente abbondanti in questi ultimi anni, dalle stesse parabole del Vangelo, ricostruire con buona approssimazione il panorama, gli usi, i costumi di quell'epoca. 

Normalmente la Palestina si immagina come un deserto. 

In realtà essa era, per larga parte, un giardino ricchissimo di vegetazione spontanea e coltivata. 

Vi crescevano fiori selvatici come il giglio del campo (lilium candido), la rosa (forse narciso o tulipano), cardi, spine, zizzania. 

Venivano coltivati fagioli, lenticchie, orzo, grano, miglio, spelta, lino papiro, cinnamomo, cumino, aneto, issopo, senapa. Venivano utilizzate (e perciò c'erano) le piante aromatiche incenso, mirra, spigonardo, assenzio. 

Gli alberi da frutta erano mandorlo, fico, sicomoro, ricino, olivo, palma da dattero, melograno, vite. 

Altri alberi ed arbusti: acacia, cedro, mirto, abete, pino, quercia, pioppo, terebinto, salice. 

Ho elencato tutte queste piante, che sono citate direttamente od indirettamente nei testi biblici, proprio per dare una prima idea del paesaggio palestinese. 

Teniamo presente che la Palestina è una terra mediterranea con un clima particolare. 

L'estate è caldo e secco. Quando spira il vento di scirocco dall'Arabia, la calura si fa insopportabile. 

L'inverno è umido. Le prime piogge irrorano il terreno, cotto dal sole, in ottobre/novembre. Le ultime fanno crescere le messi in marzo/aprile. 

Ci sono pianure vaste e fertili e montagne che raggiungono i 2.750 metri di altezza, zone desertiche ed aride ed una valle tropicale posta oltre 390 metri sotto il livello del mare. 

Il clima è quindi molto vario. 

D'inverno a Gerusalemme può nevicare, mentre a Gerico distante una trentina di Km. ci può essere un caldo soffocante. 

Con queste prime notizie cominciamo a farci una idea del panorama del nostro presepio. 

 

gli insediamenti, città e villaggi, e la vita dei palestinesi. 

Gli insediamenti palestinesi erano di due tipi: le città ed i villaggi. 

Erano centri piccolissimi, di circa 250-400 metri di lato composti di 150-200 case. 

Le città avevano mura di recinzione, i villaggi no. 

Non esistevano strade nel vero senso della parola, ma solo spazi tra una casa e l'altra, vicoli stretti che non conducevano da nessuna parte in particolare. 

Non erano pavimentate e gli scoli erano canali a cielo aperto. 

Il fango e i rifiuti, avanzi, ceramiche rotte, vecchi mattoni, venivano ammucchiati fuori della porta di casa tanto che il livello dei vicoli era a volte più alto del pavimento dell'abitazione. 

Nelle città, fuori delle mura di cinta, nello spazio antistante la porta fortificata, aveva luogo la vita pubblica con il mercato, il tribunale, le compravendita, animate da mendicanti, venditori ambulanti, lavoratori, scribi, visitatori, commercianti e bottegai, con asini, cammelli, bovini e pecore. 

La porta della città, al calare della sera veniva chiusa e sbarrata. 

Così come le città, i villaggi, sorgevano vicino ai fiumi o alle sorgenti e ai pozzi, in grado di fornire acqua per tutto l'anno. Le case erano costruite con mattoni di fango piuttosto grandi, circa cm. 53x25x10, fabbricati con stampi di legno. L'impasto dei mattoni si otteneva calpestando a lungo in una buca, acqua, terra o argilla, paglia tagliuzzata, fibre di palma, pezzetti di scorza e di carbonella. 

La maggior parte dei mattoni venivano seccati al sole cocente. Quelli cotti nelle fornaci erano più resistenti e venivano usati per le fondamenta. Il fango veniva anche usato per cementare i mattoni ed intonacare le pareti. 

Sulle alture, dove si disponeva di calcare e basalto, ed in alcune zone con sedimenti di arenaria, si usavano pietre grossolanamente squadrate per le fondamenta su cui si erigevano muri di pietre o mattoni di circa 90 cm. di spessore. Nei muri così spessi si ricavavano nicchie e vani. 

Le finestre, a causa del clima, erano poche, piccole e collocate in alto. Ovviamente non avevano vetri ma erano munite di una grata per evitare gli intrusi. 

Nella stagione fredda porte e finestre venivano chiuse con spesse tende di lana. 

Il tetto era costruito con travi che andavano da una parete all'altra ed erano collegati tra loro da travicelli. Il legno usato dai poveri era il sicomoro. I ricchi utilizzavano travi di cipresso o di cedro. Sul traliccio si stendevano frasche, terra e argilla e il tutto era pressato e compattato con un rullo di pietra che veniva lasciato sul tetto per ripetere l'operazione di tanto in tanto. 

Le case più importanti, dei mercanti e dei ricchi, potevano avere all'interno un patio con giardino. A volte una cupola, che poggiava su pilastri robusti. Alcune case avevano un piano superiore al quale si accedeva con una scala esterna. Il tetto era una parte molto importante della casa ed i poveri vi accedevano con una scala a pioli addossata al muro. Sul tetto si seccavano frutta e grano. 

Nelle serate calde la famiglia si ritirava sul tetto per riposare magari riparandosi con una tenda o delle frasche. 

Qualche volta si alzava un graticcio sul quale si arrampicava una pianta di vite. 

Lo spazio del tetto faceva talmente parte della vita della casa che la legge esigeva che fosse corredato da un parapetto. 

Nelle case più povere, misere tuguri quadrangolari di un solo ambiente, vivevano insieme uomini e bestie. 

Il pavimento era in terra battuta e quello della parte riservata agli uomini era leggermente sopraelevato rispetto a quello destinato agli animali. 

Nelle case signorili il pavimento era ricoperto da piastrelle sulle quali erano poste stuoie e tappeti. 

Non c'era un focolare vero e proprio. Il fuoco ardeva sotto le ceneri in un buco scavato nel terreno e non c'erano camini. In una nicchia del muro, o su un sostegno, ardeva sempre una lampada, al lato opposto della porta, a causa del buio. Il pozzo, circoscritto da un basso muretto, era munito in genere di un'asta basculante che facilitava l’attingere acqua. Una vasca era a fianco del pozzo per abbeverare il bestiame. Il mulino, presente in ogni casa, era composto di due pietre tonde rotanti su se stesse mediante un piolo, con al centro un foro dove si versava il grano o l'orzo che, sotto la pressione mobile della pietra superiore, veniva ridotto in farina. 

I punti di ricovero per i forestieri (caravanserragli) erano costituiti da una costruzione quadrangolare a porticato aperto. Solo su un lato c'era un secondo piano con alcune stanze. Al centro del cortile un pozzo o una fontana. 

I pellegrini dormivano nel porticato mettendo a terra il mantello cercando di creare divisori con stuoie. 

Il bestiame era concentrato nel cortile. 

Abbiamo così una idea delle costruzioni del nostro Presepio. 

 

Gli usi ed i costumi dei palestinesi. 

I mobili e le suppellettili delle case erano veramente essenziali; alcune stuoie da stendere sul pavimento di terra battuta, seggiole, piccoli tavoli. 

Il letto era un sottile materasso di lana che veniva disteso ogni sera a terra e riposto, al mattino. Sopra, delle coperte di lana caprina. 

Gli armadi erano costituiti da vani e nicchie nel muro dove si riponevano, piegate ed arrotolate, le stuoie e le coperte della notte, i vestiti buoni, le cose di uso domestico. 

Le coperte erano preziose e la coperta dei più poveri era il mantello. Per questa ragione la legge ne proibiva il sequestro ed il pignoramento. 

Di stoviglie vi era gran quantità e varietà. Infatti il vasellame di poco prezzo e di umile fabbricazione era ricco di forme: brocche, ciotole, piatti, bicchieri, orci, giare per contenere l'olio, il grano, i legumi. 

L'attrezzo più importante era, come abbiamo già detto, la macina per la farina. 

Per la pulizia della casa si usava una scopa fatta con steli di paglia di grano. 

Le piccole lucerne domestiche erano caratteristiche per il taglio e la forma del becco (lucerne erodiane) simili a quelle di terracotta che fino a qualche anno fa venivano ancora usate. 

L'alimentazione era semplice e, sicuramente, più sana dell'attuale: i cereali, le frutta, le verdure, le bevande, i condimenti e, più raramente, la carne o il pesce. 

Il pane era l'alimento base e quello di farina d'orzo era probabilmente il più comune. Si usava comunque anche la farina di grano. 

Il pane si faceva, come oggi impastando farina, acqua (qualche volta anche olio d'olivo) e per lievito un pezzo di pasta fermentata del giorno precedente. 

Veniva cotto a forma di schiacciate che venivano consumate fresche o, seccate, a mo’ di galletta. 

L'uva veniva mangiata, usata per fare il vino e, seccata, come uva passa. 

Ugualmente i fichi venivano consumati freschi o fatti seccare e utilizzati come dolci o per cibo da viaggio. 

I datteri venivano usati anche per fare la salsa della cena pasquale. 

Si consumavano olive fresche e in salamoia, melegrane, mandorle, pistacchi. 

Diffuso era l'uso delle verdure di stagione. 

I fagioli, le lenticchie, i piselli venivano seccati e conservati in giare. 

Erano comuni le cipolle, i porri, i cetrioli, i meloni. 

Le verdure venivano soprattutto usate per fare minestre. 

Il burro era conosciuto ma non molto usato a causa del clima. Il formaggio e lo yogurt erano molto usati. 

Si allevavano galline per le loro uova, che venivano fritte nell'olio, e per la carne. 

Altra carne usata era quella di montone, di capra ed uccelli, che venivano catturati o cacciati. 

I pesci di taglia piccola venivano salati e seccati. 

I pesci più grossi venivano mangiati arrostiti. 

Non si poteva mangiare carne di ruminante con l'unghia divisa. Intatti il porco era proibito. La carne doveva essere dissanguata e non poteva essere cucinata né mangiata insieme al latte. Come dolcificante veniva usato il miele di api selvatiche o uno sciroppo ottenuto dall’ebollizione di datteri e carrube. Il sale (salgemma od ottenuto per evaporazione), veniva usato per condimento ma soprattutto per la conservazione a mezzo salatura. Altri condimenti erano la menta, l'aneto e il comino. 

L'acqua, attinta al pozzo, veniva posta in giare di terracotta che la conservavano fresca. 

Le bevande più usate erano il latte di capra, il succo d'uva (al tempo della vendemmia), il vino. Il vino veniva anche usato come medicamento unito a fiele, o mirra o olio. 

Gli alimenti venivano bolliti in acqua o fritti in olio di oliva o, nelle solennità, arrostiti (agnello pasquale). 

I pasti della giornata erano due. A mezzogiorno, durante il lavoro, uno spuntino di pane, olive, frutta. La sera, quando tutta la famiglia si riuniva, il piatto importante era costituito da una minestra di verdure nella quale si intingeva il pane a mo’ di cucchiaio. 

Al mercato si comprava ciò che non si produceva direttamente nell'orto o nell'allevamento. 

Gli animali da soma più comuni erano l'asino e il mulo, usati da ricchi e poveri per il trasporto di carichi pesanti e come mezzo di trasferimento; il cammello di tipo arabo, con una gobba, impagabile per la resistenza ai lunghi viaggi; il cavallo, usato solo dai ricchi, e anche come mezzo bellico. 

Gli animali allevati erano pecore e capre, che fornivano carne, pelli, lana; i bovini per il latte, la carne, il cuoio, il lavoro nei campi e il traino di carri. 

Gli uccelli che venivano allevati o cacciati, a scopo alimentare erano colombe, tortore, pernici, quaglie, passeri, fringuelli, allodole. 

 

la struttura sociale, le tradizioni e l'abbigliamento. 

Abbiamo parlato del panorama, la flora, la fauna, il clima, gli insediamenti, le costruzioni, i mobili, le suppellettili, gli alimenti. 

Per completare un sia pur sommario quadro della Palestina in cui ambientare il nostro Presepio, esaminiamo questa volta la vita quotidiana, l'ambiente sociale, l'abbigliamento. 

Il lavoro nei campi, fonte essenziale di sostentamento, era riservato soprattutto agli uomini. Arare, seminare, erpicare, sarchiare, mietere, potare, curare i tralci, vendemmiare, raccogliere. 

Le donne, ogni giorno, cocevano il pane, attingevano l'acqua, mungevano, facevano il formaggio e lo yogurt, filavano, tessevano la lana, lavavano, cucinavano, pulivano, accudivano ai bambini. 

La giornata finiva al tramonto quando tutta la famiglia si riuniva per il pasto principale della giornata. Ciò nonostante i bambini giocavano ed il sabato gli adulti non potevano compiere i lavori usuali. Bisognava riposare e dedicarsi agli atti di culto. 

Da allora i giuochi dei bambini non sono cambiati di molto. Sappiamo che disponevano di giocattoli rumorosi come sonagli, raganelle e zufoli. Le bambine giocavano con bambole ed arnesi da bambole. 

Si giocava a dama, dadi (piramidi a quattro facce), scacchi, ludo, mancala, solitario. Erano popolari biglie, birilli, giuochi di lancio con palle di cuoio, tiro in buca di pietre da diverse distanze. Piccoli e grandi maneggiavano fionde e sassi. Altro passatempo era il lancio delle frecce con l'arco. 

Si seguivano incontri di lotta e il re Erode, a Gerusalemme, fece costruire uno stadio per lotte tra gladiatori, uomini e animali, corse di carri. 

La musica e la danza hanno sempre fatto parte della vita dell'uomo. Si usavano tre tipi di strumenti: 

- a corda. Una specie di arpa a dieci corde con telaio in legno; 

- a fiato. Fatti con canna, legno, osso, muniti di ancia. Di corno di animale usato come tromba; 

- a percussione. Tamburi e timpani. 

La musica pare fosse particolarmente ritmica. 

La famiglia era di tipo patriarcale. Essa comprendeva, oltre ai genitori ed i figli, anche i nonni. 

Nella famiglia il nonno deteneva tutta l’autorità per le decisioni pratiche ed in campo religioso. 

Non c'erano scuole ed i figli venivano istruiti in famiglia, in tenera età dalla madre prima e poi dal padre. 

Le ragazze imparavano i mestieri domestici dalla madre. I ragazzi apprendevano una professione dal padre. 

Il tempo scorreva lentamente ed i giorni del mese venivano contati infilando un piolo in una lamina di osso con tre serie di dieci buchi. 

I tempi dell'esistenza si riassumevano in nascita, sposalizio, morte. 

La famiglia numerosa era segno della benedizione di Dio. Il neonato veniva lavato e frizionato con sale, per, irrobustire la pelle, quindi avvolto in un panno quadrato e poi fasciato con bende che serravano anche le braccia. Diverse volte al giorno veniva lavato, massaggiato con olio di olivo e cosparso con polvere di foglie di mirto. I neonati erano nutriti al seno materno per due - tre anni. 

Non possiamo ovviamente addentrarci in tutte le cerimonie che segui vano il bambino fino a quando diventava adulto; le nozze, la vita, la morte. 

Possiamo concludere la vita terrena con la sepoltura che avveniva in aperta campagna, in fosse poco profonde, con un muretto tutto intorno ed una lastra di pietra al di sopra. Le tombe erano dipinte di bianco per attirare l'attenzione perché non andavano toccate. 

Gli elementi essenziali dell'abbigliamento erano: 

• una fascia o un gonnellino dalla cintola alle ginocchia; 

• una camicia o tunica di lana o di lino fatta con un lungo pezzo di stoffa piegato al centro e cucito ai lati con l'apertura per la testa e le braccia. Quella dell'uomo arrivava al polpaccio ed era colorata di solito in rosso, giallo, nero o a strisce. Quella della donna scendeva fino alle caviglie e spesso era blu. La tunica era stretta ai fianchi da una fascia o cintura di stoffa che si prolungava in una specie di tasca; 

• una sopravveste in lana spessa o mantello per ripararsi dal freddo. Questo indumento era confezionato con due pezzi di stoffa, spesso a strisce chiare e nere, uniti tra loro, cuciti sulle spalle e aperti ai lati. Questa sopravveste, veniva usata dai pastori anche come coperta, sedile, sella, tappeto ed essendo tessuta con pelo di cammello e di capra, anche per ripararsi dalla pioggia; 

• un copricapo per proteggere dal sole anche il collo e gli occhi. Di solito si usava un pezzo di stoffa quadrato, sistemato con la piega sulla fronte. Un cerchio di lana intrecciata lo teneva fermo sulla testa, mentre le estremità proteggevano il collo. Un altro copricapo era composto da una fascia posta a foggia di turbante; 

• le calzature. Molti poveri andavano a piedi nudi. Comunque le calzature normali erano i sandali fermati da lacci di pelle che passavano tra l'alluce ed il secondo dito ed erano avvolti e fermati attorno alla caviglia. La suola doveva essere per lo più di foglia di palma o di giunco, piuttosto leggera ed in alcuni casi di cuoio. L'uso dei sandali, ovviamente senza calze, imponeva quotidiane abluzioni ai piedi come è più volte citato nei Vangeli. 

Apparentemente, salvo la lunghezza ed il colore della tunica, uomini e donne vestivano ugualmente ma qualche differenza doveva pur esserci se la legge di Mosè vietava agli uomini di vestire come le donne e viceversa. Probabile che le donne usassero il plissettato, le decorazioni ricamate, le maniche e le scollature di foggia differente così come è probabile che la loro sopravveste potesse avere un cappuccio. 

A titolo di curiosità ricordiamo che le pelli di animali venivano a volte trasformate in camicie o mantelli per i più poveri. Alcune pecore venivano tenute al coperto dal momento della nascita in modo che producessero una lana candida. 

I ricchi usavano tessuti, anche finissimi, di lino o cotone. Concludiamo queste note stringatissime, destinate a dare un'idea del Presepio orientale. Tutte le informazioni sono state citate o desunte dalla lettura della Bibbia e dei Vangeli. 

L'augurio è che suscitando il vostro interesse possiate ampliare ed approfondire le informazioni così che il vostro Presepio orientale sia una vera e devota ricostruzione della scena della nascita del Bambino Gesù.

Nella lettura del profeta Isaia di domenica scorsa si parla di alcune "piante" presenti in Libano ( paese confinante con Israele). 
Tempo fa "qualcuno" ha espresso qualche dubbio sulla presenza dei cipressi in Palestina, forse questa lettura ci da una mano in più per conoscere la vegetazione di questa regione. 

a cura di Ciro Cozzolino

Presepe Napoletano
Natale a San Gregorio Armeno

L’origine della parola.

La parola viene dal latino praesepe o praesepium e che vuol dire "mangiatoia".

pastori napoletani
Il Presepe Napoletano

Il Presepe Napoletano.

Nel '700 il presepio napoletano visse la sua stagione d'oro. Uscì dalle chiese dove era stato oggetto di devozione religiosa, per entrare nelle case dell'aristocrazia e divenire oggetto di un culto ben più frivolo e mondano.

     Il presepe assume una sua configurazione ben precisa: le figure sono realizzate con manichini in filo metallico ricoperto di stoppa, le teste e gli arti sono in legno dipinto, che poi sarà gradualmente sostituito dalla terracotta policroma.

     Il re Carlo III aveva una vera passione da partecipare personalmente e coinvolgere famiglia e corte nella realizzazione e vestizione di pastori e nel montaggio dell'enorme presepe del palazzo reale. Salito al trono di Spagna, portò un grandissimo presepe e artigiani e diede così inizio anche in Spagna ad una tradizione d'arte presepiale.

scoglio napoletano
La Storia del Presepe

La Storia del  Presepe

   Il presepe ha origine dalle antiche rappresentazioni sacre del periodo delle feste natalizie, dalla quali san Francesco avrebbe tratto l'idea del presepe, realizzandolo per la prima volta in un bosco presso Greccio, nel Natale del 1223.

     Solamente alla fine del '200 apparvero rappresentazioni artistiche della Natività. La più antica è l'Oratorium praesepis di Arnolfo di Cambio, conservato a Roma nella basilica di Santa Maria Maggiore.

     Il documento che parla per primo del presepe lo colloca nella Chiesa di S. Maria del presepe nel 1025. Ad Amalfi, come citano varie fonti, già nel 1324 esisteva una "cappella del presepe di casa d'Alagni". Nel 1340 la regina Sancia d'Aragona (moglie di Roberto d'Angiò) regalò alle Clarisse un presepe per la loro nuova chiesa e la statua della Madonna è esposta nel museo di San Martino. Altri esempi risalgono al 1478, con un presepe di Pietro e Giovanni Alemanno di cui ci sono giunte a noi dodici statue per la chiesa di San Giovanni a Carbonara esposto al Museo di San Martino di Napoli e il presepe di marmo del 1475 di Antonio Rossellino, visibile a Sant'Anna dei Lombardi.

 

     La tradizione si estende nei secoli successivi con presepi monumentali in marmo o in legno, realizzati e conservati in chiese dell'Italia centro meridionale dove resterà forte la passione fino a trasformarla in arte pregiata.

     La struttura del presepe classico presenta la grotta in primo piano affiancata da pastori in adorazione ed Angeli, quindi il sacro monte con altri pastori accompagnati da greggi ed Angeli in volo che annunciano la buona novella, ed in lontananza il corteo dei Re Magi. Anche il presepe della cattedrale di Matera e quello del duomo di Altamura hanno la stessa disposizione, confermando che quella era la tipologia di struttura diffusa anche nella provincia. Durante tutto il secolo convissero due tipi di pastori: quello in legno e quello in terracotta, che diventarono di dimensioni più piccole, rispetto a quelli quattrocenteschi, verso la fine del secolo.

costruire il presepe napoletano
costruire il presepe napoletano

Il ‘500

 Il passaggio più importante avviene nel Cinquecento quando compaiono per la prima volta dei cambiamenti nei personaggi quali i cani, le pecore, le capre, oltre all'asino e al bue da sempre presenti nella grotta ed anche nel paesaggio. Per tutto il secolo, il presepe mantiene una stessa struttura: in basso la grotta con angeli e pastori, più in su le montagne con le greggi, e lontano il corteo dei magi.

     Nel corso del Cinquecento compaiono i primi mutamenti. In un documento notarile del 1532 vi è la descrizione di un presepe, con pastori in terracotta dipinta, realizzato per il nobile Matteo Mastrogiudice da Sorrento. Troviamo i primi accenni di scenografia con qualche paesaggio e, oltre al bue ed all'asinello, sempre affiancati alla Sacra Famiglia, ci sono anche altri animali quale il cane, la capra e le pecore, due pastori, tre angeli.

pastore nel presepe con mandolino
pastore nel presepe con mandolino

Le sensazioni.

  Queste sensazioni erano comunicate anche dagli altri presepi coevi costruiti per le chiese di S. Eligio e dell'Annunziata, da quelli di poco successivi ed in particolare da quello più famoso di Giovanni Merliano da Nola (Giovanni da Nola) per il presepe detto del Sannazaro nella chiesa di S. Maria del Parto.

     Esso era formato da figure lignee di grandezza quasi naturale, prive d’accessori che potessero distrarre dall'importanza dell'evento sacro che rappresentavano, ed erano immagini solenni che invitavano alla religiosità e alla preghiera.

statua pastore napoletano
statua pastore napoletano

La prima metà del ‘600.

 E' nella prima metà del 1600 che incomincia a nascere la figura dell'artista che si dedica anche alla creazione di pastori. Michele Perrone fu uno di questi, noto per le sue sculture lignee si dedicò con notevole successo a questa attività, altrettanto bravi furono i suoi fratelli Aniello e Donato. Accanto al legno, nella seconda metà del secolo incominciarono a comparire altre innovazioni, pastori in cartapesta più piccoli rispetto ai precedenti, ed ancora manichini di legno con arti snodabili e vestiti di stoffa. Furono proprio questi manichini di legno snodabili che segnarono la svolta verso il presepe del 700, anche se spesso continuarono a convivere le due tipologie. Il committente è, con queste nuove figure, protagonista e parte attiva, potendo far assumere ai pastori le posizioni che vuole e potendo (in questo modo) arricchire maggiormente la scena come meglio crede. I manichini di legno sono snodabili, alcuni dispongono di un incavo per alloggiarvi la "pettiglia" della testa, altre volte invece la testa è tutt'uno con il corpo, altri ancora, nel caso di figure femminili, sono calvi per poter portare parrucche intercambiabili. La Natività posta nella grata-stalla, l'Annuncio della buona Novella ai pastori dormienti, la Taverna con gli avventori che cenano, sono i tre momenti che domineranno il presepe del 700. 

     Sotto l'influsso del re, nobili e ricchi borghesi gareggiarono nell'allestire impianti scenografici giganteschi e spettacolari, in cui il gruppo della Sacra Famiglia fu sopraffatto da un tripudio di scene profane che riproducevano ambienti, situazioni e costumi della Napoli popolare dell'epoca. Furono investiti capitali per assicurarsi i "pastori" più belli e la collaborazione degli artisti più rinomati; il sacro evento divenne pretesto per far sfoggio di cultura, ricchezza e potenza.

     Le statue, dalle teste modellate in terracotta dipinta e con occhi di vetro, gli arti in legno, il corpo in stoppa con un'anima di fil di ferro che ne garantiva la flessibilità, erano vestite di tessuti di pregio e, quelle che impersonavano personaggi di rilievo, agghindate con gioielli in materiali preziosi, perle e pietre preziose.

     A realizzare le armi, gli strumenti musicali, i vasi preziosi e gli altri minuti ornamenti dei personaggi del corteo dei re magi vennero chiamati argentieri e gioiellieri famosi.

     Le frutta e le cibarie esposte nei banchetti o consumate nelle taverne erano realizzate in cera colorata.

     Le statuette realizzate dai migliori artigiani arrivarono a costare delle vere fortune: si calcola addirittura l'equivalente di un mese di stipendio di un funzionario di corte. Famiglie nobili giunsero a rovinarsi pur di realizzare presepi che potessero competere in magnificenza con quello reale, e meritare -nel periodo natalizio- la visita del sovrano. Paradossalmente, quando i creditori arrivavano al pignoramento dei beni di queste famiglie troppo prodighe nelle loro spese presepiali, proprio quei piccoli capolavori costituivano una delle principali voci nei verbali degli ufficiali giudiziari.

     Nella prima metà dell'800 la moda -e conseguentemente la passione- dei presepi tramontò. Lo stesso presepe reale fu trasferito nella reggia di Caserta dove ne è ancora conservato quello che è sopravvissuto all'incuria ed ai periodici furti.

     "Il presepio è il Vangelo tradotto in dialetto partenopeo" affermò Michele Cuciniello, il collezionista napoletano che fece dono al Museo di San Martino della sua collezione di "pastori", animali e accessori del XVII e XIX secolo, e per l'occasione ideò e fece costruire nel museo uno splendido presepio, inaugurato, con grande successo, il 28 dicembre 1879. Abbandonato in seguito al degrado e a discutibili restauri, il più famoso presepio napoletano è stato di recente restaurato con rigore storico-filologico sotto la direzione di Teodoro Fittipaldi.

zampognaro nel presepe
zampognaro nel presepe

Le scene

  Le scene del presepe sono variate negli anni e hanno mantenuto intatte le tre principali e la sacralità della sua funzione di raffigurazione della Nascita.

     Erano figurati in ogni modo i tre episodi narrativi evangelici, la Nascita nella grotta-stalla (con l'influsso preromantico diventa una capanna appoggiata ai ruderi di un antico tempio, allegoria non tanto velata al crollo del paganesimo) con la Madonna seduta su di un sasso e San Giuseppe in piedi in una grotta-stalla, successivamente, anche grazie alle grandi scoperte archeologiche dei Borbone, le scenografia talune volte diventerà un rudere di tempio pagano.

     Con l'Annuncio si lasciarono poche interpretazioni agli architetti presepari che nelle loro scene avevano solitamente degli angeli che in un alone di luce portano la Novella ai pastori addormentati. La Taverna, invece, fece creare molte variazioni sia gli artisti sia ai committenti. Questo episodio si dovrebbe riferire alla mancata ospitalità alla Sacra Famiglia, l'esposizione delle vivande fatta in maniera abbondante nei costumi dell'epoca dove gli avventori erano allettati ad entrare dinnanzi a simili viste, ed inoltre l'esposizione adempiva delle prescrizioni dell'epoca che obbligava gli osti ad esporre le carni fresche. Qui si vanno ad affiancare una serie di episodi spesso d’ispirazione popolare e popolana che fanno da corollario: il corteo dei Re Magi, con i suoi cavalli, i cammelli, gli elefanti, i leoni in gabbia, i nani che portano al guinzaglio scimmie e cani più grandi di loro, portatori che recano esotiche bellezze racchiuse in portantine dorate e, soprattutto, la banda degli orientali, con gli strumenti luccicanti e fantasiosi, ma anche la Fontana, con le sue scene di costume, di venditori e di umanità sofferente. Spesso in questi episodi era predominante la tendenza verso il "fantastico" ispirati dalla corte degli ambasciatori d'Oriente che si recavano a rendere omaggio al Re di Napoli.

     Lo stupore negli spettatori numerosi nelle case patrizie ad ammirare la finezza dei particolari e lo sfarzo nelle scene era anche orgoglio dei loro committenti e aumentavano il loro prestigio personale.

gallina per il presepe
personaggi nel presepe napoletano

Il ‘700

    Per il presepe napoletano si raggiunge il più alto splendore. La meraviglia delle scene costruite con dovizia e ricchezza di particolari, la perfezione dei volti dei pastori e delle figure umane ed animali in generali, creavano nei visitatori stupore e questo era ricercato dai proprietari alla volte anche a scapito della sacralità mai persa nelle intenzioni degli architetti e dei loro artigiani.

     Il presepe di questo secolo è un nuova forma di spettacolo dove troviamo spaccati di vita quotidiana che riflettono la cultura dell'epoca, gli storpi e i diseredati rappresentati non senza sarcasmo, l'opulenza dei nobili orientali e delle loro corti a simboleggiare i privilegi dei nobili, l'osteria con l'avventore e l'oste a rappresentare la bonomia del popolo. Il tutto con una ricchezza inaudita attraverso sete e stoffe, gioielli, ori ed argenti che dovevano dimostrare il proprio status socio-economico. Luoghi di queste rappresentazioni non furono solo le chiese ma anche le stanze dei privati, chiaramente più facoltosi, che attiravano un pubblico numeroso e di ogni estrazione sociale. Tra le collezioni private più importanti non si può non ricordare quella del principe Emanuele Pinto, che ricevette perfino la visita della Viceregina austriaca. Di questo presepe il Napoli-Signorelli ci descrive più di altra cosa la magnificità del corteo dei Re Magi. Il principe di Ischitella, fu un grande collezionista di presepi. Ne aveva di ogni materiale e disposti in ogni stanza del suo palazzo, che andavano a sommarsi a quello grande. Nel tempo, però, il grande presepe del principe Pinto non restò l'unico da ammirare nella città. A questo se ne aggiunsero degli altri come quello reale. Tutto ciò, però, non può che indurci alla riflessione che il presepe stava perdendo la sua misticità per trasformarsi sempre di più in una rappresentazione profana diretta ad affermare, anch'esso il prestigio della famiglia.

 

musicista nel presepe
musicista nel presepe

Le collezioni

Tra le collezioni private più importanti si ricordano la famosa del principe Emanuele Pinto, che ricevette perfino la visita della Viceregina austriaca. Di questo presepe il Napoli-Signorelli ci descrive più di altra cosa la magnificità del corteo dei Re Magi.

     Anche il principe di Ischitella, fu un grande collezionista di presepi. Ne aveva di ogni materiale e disposti in ogni stanza del suo palazzo fino a quello grande. Nel tempo si aggiungono al grande presepe del principe Pinto reale.

     Tutto questo induce alla riflessione che il presepe stava perdendo la sacralità e la misticità per trasformarsi sempre di più in una rappresentazione profana diretta ad affermare, anch'esso il prestigio della famiglia. Il tutto, però, alla fine del secolo incominciò a finire, infatti le collezioni private incominciarono a smembrarsi, come testimonia il Napoli-Signorelli. Il principe Emanuele Pinto fu costretto ad impegnare i gioielli dei Re Magi e gli ori delle popolane per far fronte ad una momentanea carenza di liquidità. Quando poi finirono gli ultimi presepari discepoli dei grandi maestri il presepe napoletano iniziò il suo inesorabile declino; i grandi presepi andarono scomparendo e si predilessero quelli più piccoli, anche a dimostrare che i pastori napoletani, data la loro pregiata fattura, potevano magnificamente esistere senza scene di grande suntuosità e alto costo, la gioia e il dolore dei ricchi nobili dell’epoca e comunque concorsero a renderli desiderati, invidiati e famosi in tutto il mondo.

     Gli artigiani producono ancora qualche pezzo di pregio su ordine di committenti che hanno mantenuto la passione per il presepe del settecento.

     Oggi, il manufatto eseguito secondo la secolare tradizione lo troviamo passeggiando nella una strada di S. Gregorio Armenio, dove la folta esposizione di pastori e scenografie sono capaci di attirare ancora centinaia di migliaia di persone da ovunque superando anche le differenze religiose.

Wietzendorf, un presepe tra i fili spinati

L. Frigerio nel suo libro “Noi nei lager” riporta le voci e le testimonianze di chi visse in prima persona la tragedia della deportazione e della vita nei campi di concentramento tedeschi. Di testimoni di questa vicenda oggi ne rimangono pochi: gli anni passano e i reduci sono, per forza di cose, sempre di meno. In questo volume sono raccolte storie che paiono incredibili, e che sono invece dolorosamente vere, drammaticamente autentiche e tra queste quella fatta del reduce tenente di artiglieria Tullio Battaglia. Le parti virgolettate sono prese dal testo citato mentre il restante è frutto di una mia ricerca in  merito a questo presepe.

“Lager di Wietzendorf vigilia di Natale 1944. 

La pioggia da qualche giorno aveva  cessato di scorrere tra i tetti sconnessi delle camerate, ma il vento gelido d’oriente ghiacciava sulla pelle le divise lacere e le scarpe sfondate infliggendo nuovo e continuo tormento ai seimila uomini del campo. Seimila soldati italiani, rinchiusi come bestie, segregati dal mondo, perché – come migliaia e migliaia di loro compagni – non avevano voluto accettare di continuare a combattere per i nazisti né piegarsi ai compromessi della Repubblica Sociale

Per loro, quello era il secondo desolato inverno di prigionia in quegli squallidi lager tedeschi. Una moltitudine di uomini, vecchi e giovani, ormai privi di tutto, piegati dall’estrema denutrizione, spettri inermi di fronte alla quotidiana, inutile crudeltà dei carcerieri, attendevano il Natale nelle miserie di ogni giorno, immersi nel fango, afflitti dalle malattie, schiantati dalla morsa della fame”.

Il colonnello Pietro Testa, per combattere il senso di disperazione che stava crescendo tra gli internati, pensando al Natale vicino, diede un ordine speciale ai suoi compagni di sventura: “Un presepe in ogni stube”. Gli altri sfruttano la creta, il sottotenente Tullio Battaglia, per la sua grande baracca, pensa a qualcosa di originale, che coinvolga tutti con un piccolo dono.

Segue nel testo una descrizione, non molto particolareggiata, di come nacque il presepe:

“Con un coltellino da scout (miracolosamente scampato ad ogni perquisizione), una robusta forbicina, un cardine di una porta come martello, alla luce di un lumino che ognuno contribuì ad alimentare togliendo una piccola parte alla microscopica razione giornaliera di margarina, nacque questa sacra rappresentazione.

La nostalgia della propria terra spinse il giovane tenente ad ambientare la scena in un angolo di una tipica cascina della Bassa dove un’umile contadina nel costume lombardo si avvicina al Bambin Gesù, stretto tra le braccia della Vergine Maria che lo offre per la redenzione dell’umanità”.

I particolari li ho trovati scorrendo l’elenco dei prigionieri IMI (Internati Militari Italiani) di Wietzendorf e cercando sul WEB riscontri in merito.

Anche documenti rintracciati nel campo narrano gli avvenimenti occorsi nella notte di Natale nella baracca.

Lo scheletro di ogni personaggio è ricavato dal legno dei letti e tenuto assieme da filo spinato; 

La Madonna, con le trecce nere, è raffigurata in atto di offerta del Figlio come olocausto. Ha il vestito azzurro fatto con un pezzo della la sciarpa d’ordinanza del tenente Altasoldiari di Milano guarnito dal pizzo del fazzoletto del tenente Zimaglia, l’aureola è composta da una corona fatta con le corde della chitarra del tenente Zoffoli di Forlì e con le stellette militari. Il Bambino è coperto da un fazzoletto di seta del tenente Michele Bianchi di Milano e l’aureola fatta come sopra citato. Il mantello di San Giuseppe è ricavato dal sacchetto delle pulizie del capitano Trombetta di Como mentre il bastone da un rametto della ramazza usata per pulire la baracca.

Tutte le figure sono rivestite da un pezzo della giacca dell’uniforme grigioverde del capitano dell’artiglieria da montagna Dalla Bernardina, di Belluno.

Il pelo dell’agnello della fodera del pastrano del capitano Bertolotti di Como è servito per fare i capelli e la barba delle statue.

I vestiti sono cuciti col filo tolto da qualche straccio colorato mentre i doni vennero ritagliati da vecchie lattine. 

I Re Magi: uno con turbante e fascia ottenute da un ritaglio di pigiama del tenente Mantobbio di Milano; un altro, coperto da un manto rosso ottenuto da un pezzo di una bandiera italiana - tagliata dai prigionieri per sottrarla alle perquisizioni naziste - ha per collana un pendaglio del braccialetto del tenente Mendoza di Vigevano; i pantaloni del terzo furono ricavati dalle calze della befana spedite dai suoi bambini, l’anno precedente, al capitano Gamberini di Bologna.. L’asinello è ricoperto di tela di juta ricevuta da un compagno di una baracca vicina e il bue ha appeso al collo una campana.

L’Italia Settentrionale è rappresentata dalla contadina lombarda vestita da tela di cotone rigato ed ha nel cesto, che offre al Bambino, della frutta i cui colori ricordano tutti i colori delle Armi delle Forze Armate Italiane. 

L’Italia Centrale ha come rappresentante lo zampognaro d’Abruzzo vestito con pezzetti di panno: rosso in omaggio alla Fanteria, verde per ricordare gli Alpini, amaranto per non dimenticare il Genio 

Per l’Italia Meridionale e Insulare è stato scelto il pastore calabrese. La pecora ha il pelo di tessuto sfilacciato della musetta da cavallo del tenente Mori di Arezzo. 

Vi era pure l’immagine di San Francesco, il Santo della povertà che ha inventato il Presepe: è coperta da un lembo del saio di Padre Licinio Ricci, il cappellano cappuccino, ed ha in mano il Rosario del capitano. 

“E, un po’ in disparte, si intravede anche il militare italiano internato, nella sua divisa lacera ma dignitosa. Quasi intimorito ad avvicinarsi oltre la mangiatoia, eppure mosso da una fede forte, inesauribile. Accanto a lui perfino il <<barbaro>>tedesco, guerriero dalla forza bruta e cieca che, finalmente illuminato dall’amore del Bambinello, depone ai suoi piedi le armi”

Una tessitrice compone, con un rudimentale a telaio, quasi come sfida, la bandiera tricolore italiana. 

Come sfondo filo spinato ed alcuni rami secchi.

 

Ecco che mancano venti minuti a mezzanotte: il sottotenente d’artiglieria Tullio Battaglia scrutava nell’impenetrabile buio della notte per vedere se il Cappellano Militare, don Costa, avrebbe mantenuto la parola di celebrare la S. Messa anche nella loro baracca. L’uscita, rischiosissima per il Cappellano, avrebbe potuto portare a severe punizioni tutti quanti. D’improvviso si sentì un ringhiare di cani, un abbaiare agghiacciante che quasi copriva uno scalpiccio fra i reticolati: l’uscio della baracca si aprì e una figura infagottata e trafelata si delineò sulla soglia della porta. Don Costa, ancora una volta ce l’aveva fatta: fra le braccia l’occorrente per la S. Messa “clandestina”. Vista però la particolarissima occasione, le sorprese non finirono qui: per ricoprire l’improvvisato altare, spuntò fuori una bandiera tricolore sgualcita, gelosamente custodita. Infine, un’altra sorpresa attese il Cappellano militare (infatti non ne era stato informato): quella di vedere illuminato, attraverso una fioca luce data dalla combustione di evanescenti stoppini, un Presepe, contemplato in silenzio da uomini assorti, raccolti attorno in preghiera, denutriti, febbricitanti, coperti dei loro poveri stracci, ad una temperatura di parecchi gradi sotto zero. 

La celebrazione della Santa Messa, indimenticabile, ebbe inizio. Forse qualche lacrima rigò quei visi scavati e sofferenti, poche perché ormai anche quelle erano esaurite.

“Il presepe di Wietzendorf è un ricordo di tanti tornati e rimasti – confida Battaglia - perché ciascuna statuina è fatta con ciò che ogni prigioniero, nella sua totale povertà, ha voluto donare, privandosi di cose enormemente care, brandelli di vita passata che il coraggio di ciascuno ha trasformato in segni di speranza. …….Quella santa notte il presepio della prigionia,simbolo potente di fede indistruttibile, ha portato in mezzo a quella nostra solitudine un’ondata vivificatrice di gioia, di ricordi caldi e dolci e sereni dei Natali di casa”

 

La composizione di 15 statue è ora conservata (per volontà testamentaria dello stesso Battaglia) nel tesoro della Basilica di Sant’Ambrogio in Milano: forse il bene più prezioso, plasmato non con l’oro ma con la vita e la speranza. 

Tullio Battaglia era riuscito a portarla a casa, ripiegata, in una valigia di cartone, dopo la liberazione. Battaglia ha lasciato pure scritto: “Manca il bue, il bue con un grande collare e una grossa campana, come quelle che nei nostri pascoli alpini risuonano al passo lento delle mandrie. E’ rimasto lassù, povero prezioso segno a tenere compagnia a quelli che l’hanno visto nascere e non sono tornati”.

 

Fa davvero rabbrividire pensare alla vita di quei poveri prigionieri, che nonostante la sofferenza trovarono ancora il modo di amare Gesù. E' un esempio di fede straordinario

 

Battaglia aveva raggiunto il suo scopo: rappresentare l’umana varietà rinchiusa nel lager tedesco, cercando di ricordare a ciascuno almeno un segno della propria casa lontana.